Dall’Opera al Nero all’Opera al Bianco

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Il segreto dell’operatività alchemica interiore, per molti secoli tenuto nascosto con un linguaggio cifrato e metafore oscure, consiste nell’attivazione e circolazione, all’interno del complesso psicofisico dell’alchimista, di ciò che dagli iniziati è stato considerato il potere fondamentale dell’universo, senza il quale nessuna evoluzione è possibile.
Tale potere può definirsi l’eterna volontà ideatrice el Principio Metafisico, che si riflette costantemente in diversi mondi materiali e ne diviene l’energia generatrice inesauribile, infinita. I due aspetti di questo potere, la volontà che si manifesta dall’interno, ad esempio nell’interiorità profonda degli esseri viventi, e l’energia che si manifesta all’esterno, ad esempio sul piano delle reazioni chimiche o delle relazioni interpersonali, possiamo chiamarli spirito universale ed anima universale.

L’alchimista diviene attrattore e vettore dell’energia universale, detta anima mundi o mercurio vivificato, se è capace di farla circolare nell’alambicco o nel proprio complesso psicofisico, in canali e centraline sottili, in modo equilibrato. Tale energia deve circolare in quantità sempre maggiori, superiori alla quantità esigua utilizzata per la pura sopravvivenza, tali da attivare il potere dello spirito universale, detto oro filosofale o mercurio coronato, che normalmente resta nascosto nella profondità della materia o nell’inconscio dell’uomo.
Per ottenere questo risultato ambizioso, i canali e le centraline del composto umano devono essere prima puliti e poi utilizzati al massimo, per distribuire l’energia nei centri superiori del cuore e della testa, liberandoli da condizionamenti e complessi energetici, da un loro utilizzo scorretto o vizioso, che li depotenzia. Ciò costituisce il processo alchemico che parte dall’opera al nero a giunge all’opera al bianco, ed eventualmente alla successiva opera al rosso.
Tale processo è stato descritto in maniera simbolica principalmente da quattro modelli, ognuno dei quali ha avuto in passato più o meno fortuna, è stato usato più o meno frequentemente dagli autori di testi alchemici. Ma a questo punto occorre premettere che il corpo umano, dal latino corpus, che significa complesso o insieme, non è una realtà unitaria. Esso è composto da quattro corpi o piani di manifestazione diversi, ognuno legato ad uno dei quattro elementi: terra, acqua,, aria e fuoco. Inoltre l’uomo è composto da aspetti energetici differenti, ognuno legato ad uno dei sette archetipi planetari classici (Saturno, Giove, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Luna e Sole), oppure da polarità opposte, legate ai principi del maschile, del femminile e del neutro.
Tutti questi corpi o aspetti del composto umano devono essere distintamente sperimentati e messi a nudo, poi devono morire e rinascere purificati. Ogni volta che uno di questi corpi è distaccato dagli altri, dal contesto che lo alimenta, inizia una lenta agonia. Ogni volta che un aspetto dell’alchimista, più o meno significativo, muore e si decompone, come un cadavere in putrefazione, avviene una grande o piccola opera al nero. Quando, dalla dissoluzione o destrutturazione di tale morte, il piano di sperimentazione si ristruttura più o meno rinnovato, avviene una grande o piccola opera al bianco.
Un primo modello, legato al numero sette, associa per analogia l’evoluzione interiore alle reazioni nel crogiolo di speciali composti metallici, che in passato l’alchimista, durante le sue sperimentazioni, tentava di trasmutare nell’oro filosofale con una cottura finale ad alta temperatura. È stato scritto che questo materiale assume, nei vari passaggi del procedimento, ormai desueto, tonalità cromatiche e sottili vibrazioni tipiche di sette metalli: del piombo (Saturno), dello stagno (Giove), del mercurio (Mercurio), del rame (Venere), del ferro (Marte), dell’argento (Luna), dell’oro (Sole).
Questi metalli rappresentano sette ritmi o tonalità diverse del composto umano, pregi e difetti dei sette fondamentali archetipi planetari, sette diverse frequenze dell’energia universale, che interferiscono, direttamente o indirettamente, su sette centri formativi dell’uomo, i principali vortici del campo ondulatorio emanato dal suo corpo. Questi sono legati a sette ghiandole del sistema endocrino e sono sensibili ai sette colori dell’iride, prodotti dalla rifrazione della luce bianca e che possono salire o scendere di tono, oppure alle sette note della scala musicale classica, che possono salire o scendere di ottava.
Quando un alchimista del passato fondeva nel proprio crogiolo un metallo, eliminando ciò che lo poteva corrompere, e poi lo forgiava rettificato, contemporaneamente separava un aspetto umano legato a tale metallo, che moriva e rinasceva rettificato attraverso l’opera al nero. Pertanto nel passaggio dall’opera al nero all’opera al bianco si trasforma un vizio nella virtù corrispondente. Utilizzando la nota ripartizione teologica dei sette peccati capitali e delle sette virtù teologali o cardinali, sinteticamente si può affermare che l’avarizia di Saturno si trasforma nella prudenza, la golosità o sensualità di Giove nella giustizia, l’invidia o disonestà di Mercurio nella temperanza od onestà, la lussuria di Venere nell’amore, l’ira di Marte nella forza, infine l’accidia della Luna nella fede e l’orgoglio del Sole nella carità.
Un secondo modello, legato al numero quattro, associa la trasmutazione alle caratteristiche degli elementi, che separano il complesso umano in quattro stati d’essere più o meno pesanti, più o meno leggeri. Tale complesso, in vista di un suo sgrossamento e di una sua sublimazione, va lavorato secondo il seguente schema, molto sintetico: morte e rinascita del corpo terrestre, con la conversione di una parte dell’elemento terra in acqua; morte e rinascita del corpo fluidico, con la conversione di una parte dell’acqua in aria; morte e rinascita del corpo aereo, con la conversione in una parte dell’aria in fuoco; morte e rinascita del corpo igneo, con la conversione di una parte del fuoco in quintessenza, che tramite questa lavorazione ripetuta pervade il complesso corpo/anima/spirito, realizzando un essere umano completamente rinnovato.
Con questo modello si enfatizza l’esperienza dell’allontanamento da uno stato d’essere confuso, che mentalmente ed emozionalmente non distingue questi quattro corpi o stati percettivi diversi. Si deve prendere coscienza di quello frequentemente percepito dall’uomo comune, determinato dalla dominante influenza del tipo di materia più densa e fissa, caratterizzata dalla inerzia e pesantezza dell’elemento terra. Poi, quando si è in grado di distaccarsi da questo, si deve avere coscienza di uno stato meno rigido, determinato dalla prevalente influenza della materia fluida, mutevole e vitale, caratterizzata dalla circolazione emozionale e sensibile dell’elemento acqua. Di seguito occorre sperimentare quello più lucido, determinato dalla prevalente influenza della materia più sottile, pervadente e interattiva, caratterizzata dal sincronismo psichico dell’elemento aria. Infine si dovrebbe avere coscienza dello stato più intenso, quello associato alla prevalente influenza della materia pura, vibratoria e radiante, caratterizzata dalla energia termica e luminosa dell’elemento fuoco, che consuma la materia e la rende eterea.
Un terzo modello, legato al numero tre, associa la trasmutazione dell’operatore alla morte e rinascita delle polarità psicofisiche legate ai tre principi fondamentali dell’esistenza, tramite i quali si potenziano ed espandono le capacità creative dell’uomo. Il primo è il principio maschile o positivo, detto zolfo, che è solare, coagulante, diurno, ideatore e proiettivo, secco, infiammabile, violento, Il secondo è il principio femminile o negativo, detto mercurio, che è lunare, solvente, notturno, animatore e ricettivo, umido e stemperante. Il terzo è il principio neutro, detto sale, che è mediatore, equilibratore, formativo, catalizzatore, calcificante, solidificante. I primi due, attraverso la mediazione del terzo, si devono polarizzare in maniera equilibrata, evitando che il sale li cristallizzi e li renda inerti, in maniera che le tendenze inverse dello zolfo e del mercurio non siano distruttive, bensì creative. Per ottenere questo, il mascolino eccessivo deve morire nella nigredo e rinascere nell’albedo. Lo stesso avviene per il femminino eccessivo e il neutro eccessivo.
Un quarto modello, legato al numero dodici, associa la trasmutazione al ciclo annuale del sole, che fa seccare, marcire, ricrescere e maturare i frutti della natura. Tale ciclo è rappresentato nella Tradizione dalla ruota dei dodici segni dello zodiaco, che gira incessante in senso antiorario e rappresenta il ciclo temporale della vita, prodotta dal movimento e che si manifesta con una continua trasformazione. Essa indica dodici tipologie o modi di manifestarsi dell’emanazione unica del Principio. Con queste diverse manifestazioni cicliche deve confrontarsi il carattere e il temperamento del singolo alchimista, fissato da un determinato segno astrologico e che così ogni anno muore e rinasce insieme alla vegetazione.
Il ciclo del sole, suddiviso in quattro stagioni con tre segni zodiacali, alimenta quattro regimi del fuoco alchemico purificatore, più o meno elevati, che ciclicamente modifica gli umori, lo stato emotivo e psichico abituali. Questi regimi sono associati alle quattro fasi più note della trasformazione alchemica: all’opera al nero o in latino nigredo, all’opera al verde o viriditas, all’opera al bianco o albedo e all’opera al rosso o rubedo.
Ai regimi del fuoco alchemico sono associati quattro colori per analogia con la pratica metallurgica di fornello, dove il composto dei minerali più usati (antimonio, salnitro e ferro) assume nel passaggio iniziale della lavorazione una tonalità molto scura e una consistenza terrosa, dette testa di morto o testa del corvo. Poi il composto assume una tonalità verdognola ed una consistenza salina, dette vetriolo o leone verde; successivamente assume una tonalità bianca e luminosa, una consistenza cristallina, dette pietra bianca o rebis. Infine lo stesso assume una tonalità rossastra, rugginosa, diventando una polvere detta di proiezione o pietra filosofale. Questi sono solo i principali appellativi, perché gli alchimisti avevano una fantasia sfrenata e molti altri possono essere citati.
Con la nigredo (la tappa della Bilancia, dello Scorpione e del Sagittario) si è più in sintonia con la stagione che parte dall’equinozio di autunno ed arriva al solstizio d’inverno, con un forte predominio di umori freddi e secchi, biliosi e melanconici, introversi e deprimenti: quindi la mente è chiusa, inerte e oscurata, in lotta con gli istinti e le passioni più viscerali. La fase è detta anche notte saturnina, perché all’inizio sono le influenze e le valenze negative di tale pianeta ad essere lavorate. E’ un periodo in cui la natura cade gradualmente in un sonno mortale, influenzato da giorni corti e plumbei, privi di sole, che sviluppano appunto gli umori sopra descritti.
Con la viriditas (la tappa del Capricorno, dell’Acquario e dei Pesci) si è più in sintonia con la stagione che parte dal solstizio d’inverno e giunge all’equinozio di primavera. Il precedente stato d’essere è mitigato da umori freddi e umidi, linfatici e flemmatici, solventi e rigenerativi: quindi la mente è più calma e riflessiva, rinnovata, con un metabolismo che recupera lentamente l’energia vitale persa nell’opera precedente. E’ il periodo in cui la natura lentamente si risveglia e nella terra avviene la germinazione, che porta verdi germogli alla vegetazione.
Poi con l’albedo (la tappa costituita dall’Ariete, dal Toro e dai Gemelli) si è più in sintonia con la stagione che dall’equinozio di primavera arriva al solstizio d’estate. Lo stato d’essere è modificato dalla prevalenza di umori caldi e umidi, sanguigni ed esuberanti, espansivi, con intensa emotività: quindi la mente è illuminata, aperta e ricettiva. Si è in sintonia col mondo circostante, in uno stato d’essere spontaneo e gioioso, tipico dei bambini. Oppure si è in uno stato d’amore intenso, come quello della madre verso il figlio, che supera il rigido sforzo, le tensioni e la complessità delle fasi precedenti. E’ il periodo in cui la natura acquista una grande forza, attraverso l’impetuosa linfa nella vegetazione, e porta a colorate e profumate fioriture, che preludono ai frutti veri e propri.
Infine con la rubedo (la tappa costituita dal Cancro, dal Leone e dalla Vergine) si è più in sintonia con la stagione che dal solstizio d’estate termina nuovamente con l’equinozio d’autunno. Vi è l’apporto di umori secchi e caldi, nervosi e reattivi, coagulanti, emananti una grande forza irradiante e proiettiva. Si giunge ad un grande equilibrio psicofisico, ad una mente sintetica, concreta e interattiva, che scopre le coincidenze significative del mondo intorno a sé. Si attinge potere dal mondo metafisico e si realizzano risultati concreti in quello fisico. E’ il periodo che porta una completa maturazione ai frutti della natura, a lunghi giorni inondati di sole, che però alla fine colorano di ruggine la vegetazione.
Comunque, a prescindere dai modelli teorici, che possono essere più o meno affascinanti, la realtà è che nessuno può sfuggire al regime più duro del processo l’alchemico. Nessuno può esimersi dal far morire il corpo legato alla terra, isolandolo da ciò che lo alimenta, per permettere al corpo legato all’acqua e all’aria di manifestarsi distintamente. Inoltre non si può evitare lo sforzo titanico di risalire la corrente psichica del collettivo, di prendere coscienza che nel comportamento vi sono dinamismi ripetitivi, legati agli archetipi, da compensare e finalizzare, e infine che nell’uomo vi è un lato femminile inespresso o represso da portare alla luce e viceversa nella donna un lato maschile. Difatti, senza la realizzazione di un polo maschile e di un polo femminile complementari, non vi può essere alcuna creatività.
In questo arduo lavoro è meglio rispettare proporzioni, tempi e ritmi fissati dalla natura, e pertanto evitare passi superiori alle proprie gambe, perché la natura non fa salti disarmonici. Pertanto molte operazioni hanno una durata che coincide con i tempi di rigenerazione delle cellule o di espansione dei circuiti neuronali del cervello, con i tempi necessari a che i recettori delle cellule si adattino ad assorbire nuovi messaggi ormonali o immunitari, diversi neurotrasmettitori.
Alla fine del processo si deve conoscere la propria ombra, i complessi e le inibizioni che agiscono dal subconscio, gli aspetti negativi della matrice immateriale: la memoria genetica esprimente gli stadi primitivi della filogenesi umana, le pulsioni animali, gli schemi e gli automatismi della specie.
La spinta illimitata della vitalità fine se stessa o la libido gestita dall’Ego, detta il serpente mercuriale, trattiene l’individuo nella più stretta materialità, legato ad una esasperazione degli istinti di conservazione, di riproduzione, di autoaffermazione. La sua forza opprimente mantiene inalterato lo stato percettivo, confuso e grossolano, dell’umanità e pone resistenza a qualsiasi azione tesa al suo superamento. Questa libido tiene soggiogato e ipnotizzato l’essere umano, che ripone la propria soddisfazione in sempre nuovi e diversi oggetti del desiderio, che poi si rivelano vani e fallaci.
La sfera infera della materia è come un mostro, che se pure viene sconfitto, non è mai completamente domato. Se l’operatore s’illude di averlo sotto controllo ed abbandona la guardia, i suoi tentacoli riemergono dalle profondità telluriche, facendolo cadere in nuovi errori e abitudini, con diversi trucchi e in circostanze inaspettate.
In nigredo lo scontro è frontale e coincide con uno stato di forte angoscia, di travaglio interiore, assimilabili alla morte, in analogia con i miti più arcaici dell’umanità, dove l’eroe destinato a divenire un semidio è prima inghiottito da un mostro o da una entità gigantesca, che lo annichilisce, perché con l’esperienza della morte possa annullare la sua esistenza storica, ripristinando una situazione primordiale, senza dicotomie o separazioni.
In questi miti la morte non è mai considerata una fine, ma un ricominciare, dato che sia l’iniziando che la sua visione del mondo ritornano ad una specie di notte cosmica ancestrale, per essere creati ex novo. Sul piano umano significa che si ripristina la pagina bianca dell’esistenza, quando non era stata ancora inquinata o guastata, quando la mente ed il corpo erano puri. Il processo dalla nigredo all’albedo ricalca queste radicali esperienze, dove si attraversa il caos della disintegrazione, perché avvenga la rigenerazione nel corpo e nell’anima.
Per favorire la nigredo, si possono utilizzare strumenti quali il silenzio, l’isolamento, il distacco da certi interessi o coinvolgimenti, l’oscurità, l’immobilità, la meditazione, il digiuno, la continenza sessuale, la recitazione di carmi, il rito, un accentuato consumo di alimenti poveri, un regime di vita austero. A differenza delle vie ascetiche, questi strumenti vengono utilizzati con metodo scientifico, per il periodo di tempo strettamente necessario all’ottenimento del risultato prefissato, secondo conoscenze antiche e sperimentate.
E’ fondamentale mettere in contraddizione i valori e le prospettive che in precedenza hanno sorretto l’esistenza, che viene del tutto ribaltata. Ciò a volte fa piombare nella confusione e nello smarrimento, mettendo in stallo il corso delle attività quotidiane, perfino di alcune funzioni psicofisiche, forzate oltre i loro limiti nel perseguire con le proprie forze e nel comprendere con la ragione le realtà metafisiche. Si giunge ad un black out, a volte breve e a volte prolungato, delle facoltà mentali di orientamento, alla separazione traumatica da tutto ciò in cui si trovava soddisfazione, a provare indifferenza per tutto ciò che prima dava gioia e interesse per la vita.
E’ tuttavia errato pensare che le sventure, i dolori causati da fattori esterni o involontari, da altre persone o da malattie, siano indispensabili per propiziare la nigredo. Questi avvenimenti possono svegliare l’essere umano da uno stato d’incoscienza e di torpore, ma se non sono accompagnati da uno sforzo e da una ricerca straordinari, il più delle volte sono sterili o perfino peggiorano il precedente status quo. Occorre realizzare che il fine del processo è trovare dentro di sé il vuoto per attrarre il pieno, per fare spazio alle manifestazione dell’anima e dello spirito universali, o trovare il silenzio assoluto per dare voce al Nume, che è la forma comunicativa del Principio Metafisico.

GIORGIO SANGIORGIO